C’è una “parte buona” nella legge 194

culla vuota
Pubblicato il 1 Luglio 2024

Per gentile concessione di Notizie ProVita & Famiglia rilanciamo l’articolo di Francesca Romana Poleggi pubblicato nel numero 131, luglio 2024 della Rivista. La “parte buona” della legge 194 La legge 194 del 1978 contiene all’inizio norme a tutela della maternità e della «vita umana sin dal suo inizio». Vero. Ma… Il diritto all’aborto non si […]

Per gentile concessione di Notizie ProVita & Famiglia rilanciamo l’articolo di Francesca Romana Poleggi pubblicato nel numero 131, luglio 2024 della Rivista.

La “parte buona” della legge 194

La legge 194 del 1978 contiene all’inizio norme a tutela della maternità e della «vita umana sin dal suo inizio». Vero. Ma…

Il diritto all’aborto non si tocca

In occasione delle polemiche del tutto ideologiche, strumentali e gratuite, sollevate intorno alla norma che consente l’accesso ai consultori ai volontari prolife – norma invero già presente nella legge 194 – gli abortisti hanno ricominciato a urlare con il  loro solito stile violento e intollerante che il diritto all’aborto non si tocca, la 194 non si tocca. Dall’altra parte allora ci si chiede perché l’intangibile 194 non venga applicata in toto, anche nella prima parte, la “parte buona”.

La 194 ha crea il diritto all’aborto, sì o no?

Già in passato la lettura esegetica di queste norme ha provocato grandi fratture nell’ambito del mondo prolife: la 194, che dice di voler tutelare la maternità e la vita fin dal suo inizio, prevede o no il “diritto” all’aborto”? 

Non ritengo utile  rivangare tali diatribe: anche se a mio modesto parere la normativa suddetta considera l’aborto un “interesse” della madre [sic!] e come tale lo protegge, facendone un diritto soggettivo meramente potestativo, cioè agibile in modo incondizionato, non pretendo di aver ragione: in punta di diritto potrei sbagliare. 

È utile, però, una presa di posizione chiarificatrice che in qualche modo superi la querelle. Un ragionamento, cioè, che prescinda dal considerare l’aborto un diritto soggettivo o meno.  

Conta l’effettività della legge

Le leggi si giudicano anche in base alla loro effettività, che è cosa diversa dall’efficacia. Per esempio cinquant’anni fa si fumava sugli autobus, al cinema, a scuola: tutti fumavano, nonostante già esistessero i divieti e i cartelli. Evidentemente la legge che vietava fumare era una legge non effettiva (per quanto fosse pienamente efficace in quanto validamente emessa e mai abrogata).

La 194 dal punto di vista dell’effettività è una legge che consente l’aborto a richiesta, senza la necessità di addurre particolari giustificazioni. Questo è un dato di fatto inoppugnabile e, nonostante le fake news che vengono di tanto in tanto propalate dalla grancassa mediatica degli abortisti, non c’è donna cui sia stato negato l’aborto e che sia stata costretta a partorire. [Quando dicono che devono girare più ospedali o attendere chissà quanto – e non è vero, almeno a vedere i numeri delle Relazioni ministeriali – vorrei far loro presente che per far fare col Ssn e in tempi decenti la Pet-tac a mio figlio malato oncologico, da Roma dovevo ogni volta prendere il treno e andare a Napoli]. Quindi, anche se per la 194 l’aborto non fosse un diritto, nei fatti l’aborto è trattato concretamente come tale. 

Se la “parte buona” della 194 fosse effettivamente applicata

Detto questo, se la “parte buona” della 194 venisse effettivamente applicata sarebbe certamente un bene. Vorrebbe dire che il Ssn (a prescindere dai volontari) informerebbe le donne in modo veritiero, completo e corretto su chi c’è nel grembo materno, su cosa è l’aborto e su quali conseguenze può avere per la salute psicofisica della madre. Il sistema stesso, inoltre, offrirebbe concrete alternative: la madre potrebbe davvero scegliere di tenere il bambino o di darlo in adozione.

Se così fosse probabilmente il numero degli aborti diminuirebbe davvero (finora non è vero che è la legalizzazione ad aver fatto diminuire gli aborti registrati, anzi. Ma di questo non è il caso di parlare ora) e dato l’inestimabile valore di ogni vita umana, l’Italia diverrebbe certamente un posto migliore. 

Per un momento, allora, voglio immaginare un mondo in cui la famosa parte buona della 194 venga effettivamente applicata…

La l. 194 resta una “non-legge” (Cicerone)

…ebbene, nonostante tutto la legge consentirà ancora alla madre di eliminare il figlio, solo perché lo vuole o dice di volerlo.  

Questo dato di fatto rende la legge 194 una legge intrinsecamente iniqua, gravemente discriminatoria dei più piccoli, che calpesta il primo dei diritti fondamentali che è il diritto alla vita. Essa consente al più forte di eliminare il più debole. Cicerone direbbe che essendo una legge ingiusta è una non-legge.

È una legge che deresponsabilizza il padre del bambino e deresponsabilizza la società.

È una legge retrograda, che ci riporta al I secolo a.C. quando un genitore aveva diritto di vita e di morte sui figli. 

È una legge da cancellare. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo. 

Chi pensa che in fondo se fosse applicata sarebbe una buona legge è comunque un abortista (se sedicente cattolico ne renderà conto al Padre Eterno, prima o poi. Se “laico”… pure!).

Di solito si dice: “Io non abortirei mai, ma una legge ci vuole per quelle disperate…”: NO. La legge ha un importante ruolo pedagogico. Inevitabilmente quello che è legale “diventa” moralmente accettabile. Con questo ragionamento depenalizzeremmo il furto, l’evasione fiscale… che altro? 

L’uccisione di un innocente non può mai essere lecita per nessun motivo.

Certamente resta fondamentale il fatto che la società civile adempia al dovere di solidarietà sancito dall’art. 2 della Costituzione, offrendo alle donne incinte in difficoltà tutto il sostegno necessario per portare avanti la gravidanza, tenere il bambino o darlo in adozione. Ma l’aborto deve essere un reato, perché è un male (non solo morale, ma anche sociale).

Moralmente, l’unico caso in cui l’aborto è ammissibile (anche per la Chiesa) è quando la morte del bambino è un danno collaterale rispetto all’atto medico necessario per salvare la vita della madre.

Legalmente, poi, esiste da sempre l’esimente generica dello “stato di necessità” (art. 54 c.p.) che esclude la punibilità di chiunque commetta un fatto necessario a salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Questa norma sarebbe più che sufficiente come scriminante in quei “casi limite” riguardanti  “quelle disperate” di cui sopra, ma il fatto comunque resta un illecito per la collettività-Stato.

E gli aborti clandestini?

La legalizzazione non li ha affatto azzerati: si legga in proposito il risultato della ricerca di Lorenza Perfori pubblicato su questa Rivista (febbraio 2024, n. 126). Ciò dimostra che essi avvengono a prescindere dalla legge. 

Ma perché «la 194 non si tocca»?

Se però nella contingenza attuale sembra impossibile non solo l’abrogazione, ma anche una semplice modifica in senso restrittivo della 194, per cui dobbiamo “accontentarci” di chiedere la sua corretta applicazione, è per un grosso problema culturale di base.

Un “grumo di cellule”…

Innanzi tutto bisogna riconoscere l’umanità del concepito. In troppe occasioni possiamo constatare con mano che la narrazione menzognera dei radicali ha fatto presa sull’opinione pubblica: la “donna” incinta non è “madre” se non desidera il figlio. Questi non è un “bambino”, ma è solo il “prodotto del concepimento”. Queste e altre espressioni coniate dalla “neolingua” orwelliana hanno ottenuto il loro scopo perverso. Le parole hanno modificato non solo le idee, ma addirittura hanno stravolto la realtà. Il fatto che una donna incinta sia madre non è una questione semantica né ideologica, è un semplice dato di realtà. Realtà che però viene sistematicamente ignorata e sfacciatamente negata. Ormai è oggettivamente e laicamente incontestabile che quel “grumo di cellule” col Dna umano, sin dal concepimento, sia un homo sapiens (lo dice la scienza!). Dobbiamo riappropriarci di un linguaggio veritiero e corretto. Agli abortisti deve restare un’unica possibilità: sposare le tesi di bioeticisti come Singer, Giubilini e Minerva che sostengono che i bambini piccoli, fino a una certa età, non hanno la dignità di persone umane perché (secondo Singer) sono meno utili e meno intelligenti di un cavallo. 

Giochiamo a fare sesso

Seconda questione culturale basilare: se i rapporti sessuali servono a divertirsi, avremo sempre troppe gravidanze indesiderate (nonostante la contraccezione – altro capitolo da affrontare in altra sede). Avremo sempre troppe madri tentate di “risolvere il problema” con la “puncicata” (leggete la bella poesia di Trilussa, Sogno bello).  

Se tornassimo davvero alla natura – tanto osannata a sproposito – dovremmo riscoprire che naturalmente i rapporti sessuali sono destinati alla procreazione. Quindi bisognerebbe che la coppia si renda conto di compiere un atto che – per quanto ci si adoperi per evitare la gravidanza – richiede una certa responsabilità

Non possiamo tacere la verità

Nell’era dell’edonismo certi discorsi sono difficili da fare. Per di più, cresciamo da decenni in una società ipersessualizzata dove fin da bambini veniamo condizionati dal mito dell’apparire e dell’essere sexy a tutti i costi. È necessario riscoprire certi valori come amore vero, castità, continenza; c’è bisogno di una sana e vera “educazione” sessuale. 

Ma a dire certe cose si prendono fischi e pesci in faccia? Qualcuno deve ricominciare a parlarne. Non lo fanno più neanche i preti? A maggior ragione tocca a me che sto scrivendo e a te che stai leggendo. 

Francesca Romana Poleggi

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